Barcellona ghigliottinato a Parigi. Fine dell’assolutismo blaugrana?

Che Parigi sia città dove tira aria di rivoluzione lo si sapeva da tempo.
Eppure in pochi potevano sospettare che la squadra capitolina francese, da sempre recalcitrante in Europa, potesse sovvertire con tale efferatezza l’impero catalano in una sola notte. Ma al di là dei romanticismi che il calcio sa regalare, il trionfo parigino affonda le radici in motivazioni anche e soprattutto tattiche e attitudinali.

LA REGOLA DEI SEI SECONDI

Il capolavoro tattico di Unai Emery, che conosce bene il Barca dopo tanti anni di Liga, passa prima di tutto dall’esser riuscito a ribaltare a proprio favore una delle armi più letali dei catalani: la “regola dei sei secondi“.
Importata indelebilmente a Barcellona da Guardiola e spiegata in pillole, consiste nel riguadagnare il possesso palla in zone alte di campo subito dopo averlo perso, pressando ferocemente e collettivamente (ma in maniera tutt’altro che casuale) i portatori di palla avversari per pochi fondamentali secondi.
Ebbene, il Psg di stasera l’ha applicata a proprio favore sia in fase offensiva che difensiva: si pensi, da un lato, al numero di palloni riconquistati da Verratti, interprete maestrale della fase di interdizione (uno in particolare crea la situazione per il secondo gol) e dall’altro alle spettacolari uscite in palleggio dei parigini, che si sono aperti intere praterie in una metà campo blaugrana sprovveduta e impreparata alle scorribande francesi.

CENTROCAMPO DESERTO

L’annichilimento del pressing alto del Barcellona (stasera per la verità parecchio svogliato) porta alla seconda chiave di lettura della vittoria del Psg: una volta eseguito il disimpegno in palleggio, le eccellenti individualità agli ordini di Emery attaccavano palla al piede tutto lo spazio che gli veniva concesso.
In tutti e tre i gol su azione, rispettivamente Verratti, Kurzawa e Meunier galoppano per 20,30,40 metri palla al piede in progressione, impedendo al Barcellona di riposizionarsi. Chiaro, ci vogliono poi le finalizzazioni dei vari Draxler, Di Maria e Cavani, ma difficilmente negli ultimi anni si è vista una squadra concludere una partita con 13 tiri a 5 nei confronti del Barca (10 a 1 le conclusioni nello specchio), con buona pace dell’ormai archiviata supremazia nel possesso palla (58% a favore dei catalani).

LA NOTTE DEI SICARI

Di riflesso e di fatto, la vittoria sostanziale a centrocampo ha isolato completamente il tridente delle meraviglie catalano. Troppo semplicistico dire “non erano in giornata”: non può essere un caso che nessuno tra Messi, Neymar e Suarez, tre dei dieci attaccanti più forti del pianeta, non ne beccassero una. Gli slalom forzati e sbagliati dalla Pulce sul finire di partita sono il risultato di novanta minuti snervanti in cui, di palloni giocabili, non ne è arrivato uno.
Dall’altra parte del campo, invece, Di Maria e Cavani si divertivano come bambini provando giocate e conclusioni, trovando entrambi la via del gol (doppietta per l’argentino).
Durante il terzo tempo, ha fatto sorridere vedere il saluto tra i connazionali Messi-Di Maria e Suarez-Cavani, con i primi abituati a prendersi la stragrande maggioranza dei riflettori delle rispettive rappresentative, per una notte assoggettati a testa bassa al trionfo dei secondi.

QUINDI BASTAVA DARE VIA IBRA?

Sui social, infine, non poteva non circolare l’ironica teoria secondo la quale per provare a vincere la Champions League bisogna prima di tutto dare via Ibrahimovic. Non esattamente.
Ma è indubitabile che questo Psg sia più in formato europeo: meno riferimento a una punta centrale, più varietà di soluzioni e gioco veloce lo rendono, con la consacrazione di stasera, una forte e legittima pretendente alla vittoria finale.
Attenzione però a dare per morto il Barcellona. La missione “remuntada” è obbiettivamente ai limiti dell’impossibile ma il calcio è un gioco stranissimo, e con 100 mila voci dalla propria parte e quei tre là davanti, ci sono molte poche cose che non si possono fare.

 

 

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