La Zlatan-dipendenza ha infettato anche lo United

Lo svedese sta disputando l'ennesima stagione da protagonista assoluto

VECCHIO A CHI?

Riuscire ad essere decisivi anche a 35 anni non è cosa da poco. Specie in un campionato intenso come la Premier League. Molti dei suoi coscritti hanno scelto mete esotiche come Cina e Stati Uniti ma non lui. Zlatan è competitivo per natura. Dopo aver vinto ovunque sia stato, il richiamo de l’ “El Dorado” calcistico era troppo forte. Ibra perciò ha scelto il Manchester United per concludere la sua carriera ad alti livelli. Al momento dell’annuncio le critiche non sono di certo mancate: chi lo riteneva troppo vecchio per risultare decisivo, chi pensava fosse ormai appagato dai tanti successi, chi semplicemente non adatto al calcio inglese. Si sbagliavano.

IBRA SUPREMACY

Dal momento del suo arrivo, Mourinho, gli ha affidato le chiavi dello United cosi come fece all’Inter 9 anni fa. Il portoghese l’ha portato con lui a Manchester per fargli risolvere le partite, ed è quello che sta facendo. Probabilmente non è molto amato dai compagni, complice un carattere non proprio semplicissimo, ma sempre decisivo. Appare chiaro, analizzando i dati, come lo svedese sia in grado di catalizzare su di se il gioco dello United. In questa stagione è, per distacco il miglior marcatore dei suoi, avendo già messo a segno 26 gol (uno ogni 130′), di cui 15 in campionato (Mata è secondo a 6). E’ suo, il timbro anche sui due trofei stagionali conquistati dai Red Devils; gol all’ 83 nel Community Shield e doppietta nella finale di EFL Cup risultando decisivo per il successo dei suoi in entrambi i casi.

PANACEA DI TUTTI I MALI

Chi ne giova di più dalla sua presenza sono, però, i suoi compagni. Con Ibra in campo, gli avversari sembrano calamitati verso di lui. Lasciando maggiore spazio alle incursioni dei vari Pogba, Martial e Mkhitaryan. I compagni, invece, giocano più tranquilli, consci del fatto che in caso di necessità ci si possa rivolgere sempre a lui. Nelle ultime stagioni, complice anche l’età, Zlatan ha arretrato il suo raggio d’azione e ridotto i movimenti al minimo indispensabile. Non farà più scatti palla al piede per tutto il campo ma oggi preferisce usare il cervello unito allo strapotere fisico. Già la scorsa stagione, al PSG, lo svedese ha cambiato il suo stile di gioco, unendo l’efficacia sotto porta (38 gol) alla fase di rifinitura. E’ passato, infatti, dagli 8 assist dell stagione 14/15 ai 19 di quella successiva e quest’anno sembra essere sulla buona strada con 8 passaggi decisivi all’attivo.

SI PUO’ FARE A MENO DI LUI?

Questo è il più grande problema per il tecnico di Setubal. In questa stagione i suoi sono riusciti ad inanellare 13 risultati utili consecutivi, miglior risultato dall’era Ferguson. Quando lo svedese è in campo, lo United, sembra finalmente aver ritrovato solidità e concretezza. Riesce a dominare le partite come non accadeva dai tempi di Sir Alex. Quando, però, ha bisogno di tirare il fiato ecco che tornano i problemi degli anni scorsi. Lo United produce gioco ma le vittorie stentano ad arrivare. Il sostituto designato è il giovane Rashford, giocatore molto diverso dotato di una velocità fuori dalla norma. Non possiede, però, le caratteristiche che fanno di Ibra, uno dei centravanti più forti al mondo come la fisicità e la tecnica. Il gigante di Malmo è fondamentale nell’economia del gioco degli inglesi. La dimostrazione lampante della sua importanza l’abbiamo avuta negli ultimi due match giocati dai Red Devils. Senza l’apporto del numero 9 è arrivato un pareggio con il Rostov (1-1) a seguito di una partita dominata dagli inglesi senza riuscire a chiuderla, ed una sconfitta contro il Chelsea di Conte (1-0). Specialmente nel match di Fa Cup sono emersi tutti i limiti dello United Zlatan-dipendente. Il centrocampo in confusione, senza un punto di riferimento centrale al quale affidarsi e l’attacco, annullato dalla difesa Blues, mai veramente pericoloso.

 

 

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